Virgilio Dastoli su Democrazia e bilancio europeo   Leave a comment

Nella sessione di Strasburgo una larga maggioranza di eletti europei, con alcune significative eccezioni su cui varrà la pena di riflettere, ha preannunciato al Consiglio che, se il progetto che gli sarà presentato sarà una fotocopia di quello adottato – ultra vires – dai capi di Stato e di governo, l’assemblea farà uso del suo diritto di veto.
Sentiamo già il rumore petulante che proviene dalle capitali di chi dice che il Parlamento europeo rischia di provocare una crisi, che l’Unione potrebbe rimanere senza bilancio a partire dal 2014, che le politiche comuni a cominciare dalla coesione territoriale, l’agricoltura e la mobilità giovanile potrebbero restare senza Euro e che i regolamenti che consentono a queste politiche di funzionare scadono alla fine di quest’anno e non ci sarà più il tempo per rinnovarli.
Tutto ciò è falso e cercherò di spiegare perché ma vorrei cominciare a dire che, poiché il bilancio è un atto politico di primaria importanza per l’Unione europea e per i suoi membri (Stati e cittadini) durante i prossimi sette anni, il governo italiano che gestisce gli affari correnti non può assumere impegni in nome e per conto di chi sarà chiamato a governare il paese – noi speriamo – per un periodo necessario a elaborare; adottare e attuare essenziali atti di politica interna e internazionale.
Questo vuol dire che Mario Monti e i suoi ministri devono notificare ai loro partner un formale “non possumus” chiedendo di rinviare ogni decisione al Consiglio europeo di fine giugno.
Venendo alla sostanza del conflitto fra Parlamento e Consiglio, la decisione degli eletti non provoca una crisi ma proclama che una crisi è in atto e che Parlamento e Consiglio devono decidere insieme e su un piano di pari dignità le misure per uscire dalla crisi.
In secondo luogo e fino a quando non ci saranno le nuove prospettive finanziarie 2014-2020 l’Unione europea andrà avanti sulla base di dodicesimi provvisori delle prospettive finanziarie 2007-2013, superiori a quelle proposte dal Consiglio europeo per il periodo 2014-2020.
In terzo luogo, il Consiglio europeo sa bene che il bilancio è fondato su basi giuridiche certe e non il contrario e che esso ha fatto uso e abuso in passato di questo principio contro il Parlamento. Il che vuol dire che i regolamenti che si riferiscono alle politiche comuni possono essere co-decisi dall’autorità legislativa entro la fine dell’anno prescindendo dall’adozione delle nuove prospettive finanziarie.
Dalla crisi si potrà uscire con un accordo che consenta all’Unione di disporre di strumenti finanziari per contribuire a far ripartire la crescita; per sostituire i contributi nazionali con vere risorse proprie e per eliminare il sistema perverso dei rimborsi a questo o a quello Stato membro secondo il noto ricatto di Mrs Thatcher “voglio indietro il mio denaro”.
Tutti sanno che, anche se si ottenesse un difficile accordo costringendo tutti i governi ad accettarlo, l’Unione non uscirà per questo da una crisi che è prima di tutto politica e democratica.
Noi chiediamo al nuovo parlamento italiano eletto di rivolgersi al Parlamento europeo e ai parlamenti nazionali che lo vorranno di riunirsi a Roma – dove furono firmati i trattati istitutivi delle Comunità europee e la Costituzione europea – secondo la formula delle assise interparlamentari proposte da François Mitterrand alla vigilia della caduta del Muro di Berlino e sperimentate a Montecitorio nel novembre 1990. Insieme, gli eletti europei devono discutere sulla crisi dell’Europa e proporre a maggioranza gli elementi di un progetto riformatore europeo, l’agenda e il metodo per realizzarlo riconoscendo nel Parlamento europeo che sarà eletto fra poco più di quattrocento giorni il cantiere dove dovrà nascere la nuova Europa.
Pier Virgilio Dastoli; presidente del Movimento Europeo

Pubblicato marzo 13, 2013 da M in Europe

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