I teorici dell’austerità fondano la loro teoria su dati sbagliati   Leave a comment

fonte: http://www.huffingtonpost.it/daniele-mastrogiacomo/se-lausterita-dipende-da-excel_b_3177946.html

Thomas Herndon, dottorando in Economia all’università del Massachusetts, figlio di un texano e di una donna di Hong Kong, ha trovato l’errore che mette in discussione il dogma dell’austerità, lo studio di Carmen Reinhart e Kenneth Rogoff pubblicato nel 2010 sull’American economic review, in base al quale se il debito supera il 90 per cento del Pil la crescita si blocca.   Questa impostazione è stata utilizzata dai liberisti, quella frangia politica ed economica che respinge ogni intervento dello Stato in economia ed etichetta ogni intervento attraverso la spesa pubblica come un errore, salvo poi ricercare lo Stato per rivendergli titoli ad alto rischio del mercato privato come derivati e swap.  Il dogma inviolabile dell’austerità è costruito su un’equazione, posta come una lama  che separa i virtuosi dai negligenti, i buoni dai cattivi, i responsabili dai superficiali.  Molti economisti hanno sempre ritenuto questa elaborazione non più che un alibi per assicurare le tesi delle potenze economiche oligopolitistiche e sostenere il vantaggio dei grandi gruppi di potere capitalistico a danno della maggioranza dei cittadini.  Non c’è bisogno di evocare Trotzki per capirne l’arbitrarietà. Già la grande recessione del 1929 costituisce un perfetto esempio storico per comprendere che, in una situazione di crisi, politiche di austerità non possono che indurre ancora maggiore recessione: se il reddito generale si abbassa, inevitabilmente si abbassa anche il livello dei consumi, la produzione rimane invenduta, le imprese entrano in crisi, licenziano i dipendenti e finiscono per chiudere. In realtà, questa situazione non è di svantaggio per tutti: sono le grandi multinazionali ad avvantaggiarsene, eliminando la concorrenza delle piccole imprese, riducendo i cittadini a sudditi (restando inalterata l’eguaglianza di fronte alla legge nel mondo democratico, tuttavia soggiogando la libertà attraverso la dipendenza economica).  Oggi si scopre che questo alibi è infondato anche dal punto di vista teorico: la terribile equazione del liberismo è semplicemente errata.  L’austerità è soltanto una politica dei poteri forti, una minaccia alle libertà civili, un argomento per distruggere le legittime pretese democratiche dei cittadini affogandole nella trappola dell’indebitamento, un ricatto psicologico senza fondamento.  Per oggettività di analisi, occorrerà ricordare che, affinché la spesa pubblica in disavanzo sia efficace (il sistema keynesiano per uscire dalla crisi del ’29)  non deve essere utilizzata per spese correnti (incarichi e vantaggi personali) ma per investimenti strutturali (ed in realtà questo tema dovrebbe avere chiare risonanze per una lettura critica dell’uso delle risorse pubbliche in Italia, e dovrebbe essere al centro del dibattito molto più della pretesa “questione morale”).  Il compito delle istituzioni è quello di riportare in forza il ruolo di garanzia democratica dello stato e dei governi democratici territoriali, per andare oltre il liberismo e tornare allo stato di diritto e alle garanzie di un welfare per tutti i cittadini.  L’Europa deve tendere a questa direzione: le elezioni del parlamento europeo del prossimo 2014 sono la grande occasione per rilanciare il dibattito.

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Pubblicato maggio 26, 2013 da M in EUR/OPEN, Europe

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