Rapporto sulla Sussidiarietà

Presentando il Rapporto sulla sussidiarietà 2014/2015, i punti emersi dalla relazione di Giorgio Vittadini e dagli spunti di dibattito visti dalla prospettiva del Sindaco della Città di Catania, Enzo Bianco, e del Rettore dell’Ateneo Giacomo Pignataro, sembrano convergere su alcuni innesti significativi che, dato il tema, sono determinanti del rapporto tra sussidiarietà e spesa pubblica. Come posto in evidenza dal moderatore, l’economista Luigi Sclofani, le dimensioni interpretative di questa intersezione sono indagate nel Rapporto attraverso le diadi pubblico/privato (orizzontale) e centro/periferia (verticale). Lo sviluppo è interessante perché la lettura dei dati, come sempre, sovverte i luoghi comuni.

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spesa pubblica, confronto su dati MEF elaborati da Università di Bergamo / Rapporto sulla Sussidiarietà 2014/2015

Si potrà notare, in primo luogo, che la spesa pubblica in Italia non è in alcun modo dissimile da quella degli altri Paesei Europei e si allinea tranquillamente su questi standard.

Relativamente alla diade pubblico/privato, quel che cambia (ed è cambiato in questi anni) è la composizione.  La maggior presenza dei privati che tanto veniva reclamata come strumento di efficienza negli anni ’80 e ’90, in realtà ha peggiorato la situazione, nel senso che, se andiamo ad esaminare il dato della produzione di servizi notiamo che a partire dagli anni ’80 la produzione di servizi è più che dimezzata, mentre la quota di rimborso prestiti, da irrisoria che era, diviene preoccupante (si veda la tavola a pagina 36 del rapporto per dettagli). Il tema è delineato con chiarezza da questo unico esempio, il resto è sfondo.

In merito alla diade centro/periferia, tutti concordi sulla necessità di evitare che, oltre al centralismo della capitale, vi siano altri indebiti (e improduttivi, quando non addirittura nocivi) centralismi regionali. Anche i dati sulla spesa pubblica centrale (tabella 4.5 del rapporto) e quelli sulla spesa pubblica locale (4.9) offrono valori adeguati agli standard europei per volume. Quel che si è detto in ordine alle criticità è relativo non alla dimensione quantitativa, ma all’adeguatezza dei livelli subcentrali, in particolar modo, sul livello regionale, rispetto alla capacità di spesa e di pieno utilizzo della spesa pubblica e, specificamente, dei fondi strutturali UE. Critica pertinente, che però dovrebbe tener conto del fatto che le città hanno avuto almeno a partire dal ciclo di programmazione 2000/2006 uno strumento straordinario per eludere il centralismo regionale, che è il meccanismo dell’Autorità Urbana / Organismo Intermedio (da ultimo riproposto con il programma operativo nazionale Città Metropolitane). Poiché le sfide del 2000/2006 e del 2007/2013 sono andate perdute per via di scelte istituzionali spesso incoerenti, perché dunque non far tesoro di questa nuova opportunità e utilizzare la “chiave metropolitana” per tendere con forza alla definizione di questo assetto se si vuol davvero superare il centralismo ed aprire una nuova stagione delle autonomie?

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