25 Marzo: 60 anni d’Europa:   Leave a comment

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25 Marzo, 60° anniversario della firma a Roma, in Campidoglio, nella Sala della Protomoteca, dei Trattati istitutivi della Comunità economica europea del carbone e dell’acciaio (CECA) e della comunità per la gestione dell’energia atomica (EURATOM). Quelle firme, poste dai capi di governo di Francia e Germania che, dopo gli attriti della II guerra mondiale (per inciso, nessuna guerra può meritare le maiuscole), sono ricorsi alla funzione mediatrice dell’Italia e all’esperienza di accordi commerciali già in corso con i Paesi del cosiddetto BENELUX (Belgio, Olanda e Lussemburgo). Nasceva così, da questa promessa di pace, la moderna idea d’Europa.

Il processo di integrazione europea non è mai stato facile. Tra i difficili momenti iniziali, non si può tralasciare il 29 gennaio 1961, quando vennero respinte le domande di adesione della Danimarca, dell’Irlanda, del Regno Unito e della Norvegia a causa del veto posto dalla Francia sull’adesione del Regno Unito. E quando, nel 1973, la Gran Bretagna entra a far parte delle Comunità Europee, non passano due anni e già viene messa in dubbio, anche se il referendum ne conferma (67,20%) la permanenza.

Nel 1968, con l’abolizione delle ultime barriere doganali tra gli Stati membri e la definizione di una tariffa esterna comune, nasce il Mercato Europeo Comune (MEC); l’anno seguente a L’Aia si tiene una conferenza dei capi di Stato e di governo dei sei paesi membri della CEE, con obiettivo “allargamento, completamento, approfondimento”. In seguito a questo slancio, nel 1973 entrano Danimarca, Irlanda e Regno Unito. La Grecia perfeziona il suo cammino di adesione nel 1981. Poi il Portogallo e la Spagna nel 1986.

Il 1986 è anche l’anno dell’Atto Unico Europeo, che tenta di passare da un’unione commerciale ad una unione istituzionale e politica. Il cammino però è difficile, e molti sono gli ostacoli.

La caduta del muro di Berlino, dal 1989, apre una nuova epoca, con nuovi entusiasmi. L’Austria e la Finlandia entrano nel ’95, poi è la volta di Malta, Cipro, Ungheria, Polonia, Slovacchia, Slovenia, Repubblica Ceca, Lettonia, Estonia, Lituania nel 2004. E’ il “grande allargamento”. Tutto sembra procedere verso un’inarrestabile integrazione. Anche se non tutti i Paesi Membri aderiscono, cadono le barriere di frontiera con gli accordi di Schengen e si afferma l’euro come moneta unica. E’ in cantiere il progetto di una Costituzione per l’Europa che, con il suo preambolo che contiene una Carta dei Diritti Fondamentali, viene definita dalla stampa d’oltreoceano “il più avanzato sistema di diritti costituzionalmente garantiti mai concepito”.

Il segnale dissonante non si fa aspettare: nel 2005, il referendum sulla Costituzione in Francia viene trasformato dalla propaganda nazionale in un momento di verifica interna sugli assetti di potere. Prevale il “NO” e il progetto di Costituzione (che richiede l’unanimità) viene gettato alle ortiche. Del resto, sulla scia dei francesi, anche gli olandesi votano “NO”, in un afflato populista.

I segnali in controtendenza sono l’adesione di Norvegia, Bulgaria e Romania nel 2007. Tuttavia, la situazione economica generale conosce la crisi finanziaria più acuta l’anno successivo, nel 2008. Le politiche liberiste in economia perseguite dagli organi istituzionali dell’Unione Europa cominciano a manifestare i loro limiti, ma con un paradosso, determinato dal fatto che queste politiche sono volute prevalentemente dagli stati nazionali, che però accusano le istituzioni europee dei danni che ne derivano.

Il passaggio sopra descritto può essere definito “prevalenza dell’assetto intergovernativo sull’assetto federale”. In breve, l’Europa resta un tiro alla fune tra gli Stati membri, senza pervenire a un governo unitario. Le scelte economiche sono determinate dagli Stati membri (o, peggio, dalle potenze economiche che sono in grado di condizionare gli Stati), ma le conseguenze negative sono attribuite all’Europa.

Malgrado tutte le difficoltà, la Croazia aderisce nel 2013. E’ un segno che il progetto è ancora vivo. Una nuova bordata arriva dal referendum voluto dalla Gran Bretagna sulla permanenza nell’UE. Il risultato è negativo.

Di fronte a questi segni alterni, cosa si può dire sull’oggi dell’Unione Europea?

La risposta è diversa per punti di vista differenti. Naturalmente, i nazionalisti e i populisti cono contro l’Europa e non fanno che denunciarne i difetti. Da una prospettiva diversa, i radicali di sinistra giungono alle stesse conclusioni, e premono per lo smantellamento dell’Unione Europea, dichiarandola un sistema di burocrati al servizio dei poteri finanziari.

Come ha scritto Giampiero Gramaglia su Il Fatto Quotidiano (21/03/2017): “Così, fra tante, troppe Europe, rischia di vincere l’anti-Europa. Istituzioni, saggi, partiti, movimenti, organizzazioni della società civile, centri studi, Università, ciascuno ha la sua Unione da proporre. Ma nessuno, da solo, ha ovviamente la forza di realizzarla. Così, si moltiplicano documenti, appelli, dichiarazioni. E proprio chi lavora per l’Unione accresce la sensazione di vivere nella Torre di Babele.”

In contrapposizione a queste tendenze centrifughe c’è qualche elemento di controtendenza, tra cui ci sono #pulseofeurope, movimento nato a Francoforte a sostegno del progetto europeo, non lasciando quindi campo libero a quanti contestano l’Unione, i Federalisti europei e il Movimento europeo, ma le differenze di posizione sull’Europa da realizzare e su come realizzarla restano forti.

Pier Virgilio Dastoli, presidente del CIME (Comitato italiano del Movimento europeo), con la lucidità che da sempre contraddistingue la sua azione e il suo impegno, ha dichiarato: “Il nostro bersaglio non è l’Ue, ma l’Europa intergovernativa; il nostro obiettivo è l’Europa federale, democratica e solidale, tre elementi indissolubili; il nostro metodo è quello democratico costituente; la nostra agenda guarda alle elezioni europee del 2019; siamo contro l’Europa delle ‘più lentezze’, siamo per l’Europa degli innovatori e contro l’Europa degli immobilisti”.

Ad esaminare – sia pur fugacemente come si è fatto qui – la storia dell’integrazione europea, si vede con chiarezza che il limite maggiore dell’Unione Europea, il suo esser soggetta alle potenze economiche, deriva proprio dalla mancanza di unità federativa e dal rimanere ostaggio delle posizioni dei singoli governi. Se questa è la risposta, allora le critiche dei populisti di destra e di sinistra, dei nazionalisti sovranisti e dei radicali no tav e no global, non sono che argomenti strumentali a scippare qualche voto lavorando sulla pancia dell’elettorato. In breve, non abbiamo bisogno di disgregare ancora ma, se mai, di unificare di più gli interessi dei cittadini, mettendo al riparo le Istituzioni dalle tempeste arbitrarie e imperialiste dei poteri finanziari. Ci vuole un’Europa federale.

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Pubblicato marzo 25, 2017 da M in Europe

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