Cittainsieme su Catania, la droga e le periferie umane

Riceviamo e volentieri pubblichiamo e, per l’occasione, riflettiamo se il proibizionismo sia la scelta adeguata.

Nel romanzo Splendori e miserie delle cortigiane del celebre scrittore francese Honorè De Balzac, un criminale, ex-galeotto di nome Vautrin, profondo conoscitore dei bassifondi parigini, dinanzi ad un funzionario di polizia e ad un alto magistrato pronuncia tali parole:

Voi fate in modo che il forzato sia chiaramente indicato e riconosciuto e stabbiato, e poi credete che i cittadini avranno fiducia in lui [nello Stato;
ndr.], quando la società, la giustizia, la gente che lo circonda non ne hanno affatto. […]. Voi lo condannate alla fame o al delitto. […] Quanto a me, voglio chiamarmi giustizia.

Mutatis mutandis, la situazione sociale attuale non è poi così diversa da quella francese del XIX secolo. È di qualche giorno fa dell’ennesima inchiesta giudiziaria sulle piazze di spaccio a Catania. Viene denunciata la classica situazione che tutti conoscono ma pochi sottolineano con la dovuta gravità, ovvero che alcune zone della nostra città sono sotto il controllo della malavita organizzata. Il motivo? Ne azzardiamo uno, tra i molteplici: in un contesto economico come quello siciliano dove il prodotto interno lordo scende e la disoccupazione insieme all’indice di povertà crescono, a risentirne di più sono soprattutto le periferie umane composte dagli ultimi e dai penultimi. E qua è la mafia, tramite i proventi illeciti della droga, a sostentare e dare reddito ad intere famiglie, abbandonate dal padre Stato ma non dai padrini che sono riusciti a mettere in piedi un’organizzazione così efficiente da fare invidia a qualunque multinazionale.

Tanto è vero quello che scriviamo che nonostante le indagini, le inchieste e gli arresti compiuti in questi anni dall’encomiabile lavoro senza sosta della Magistratura, il mercato della droga continua e continuerà a crescere e con esso il potere e l’influenza delle famiglie mafiose che lo gestiscono. E lo Stato? Ha veramente intenzione di occuparsi delle cause profonde che danno linfa alla micro e macro-criminalità, investendo risorse per recuperare gli ultimi (e i penultimi) che popolano le “periferie”?

Droga significa morte. Alcune periferie umane della nostra città hanno scelto di vendere la morte per vivere. Vogliamo fare qualcosa?

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